top
Biografia Profilo artistico Testi critici Opere pubbliche Mostre Galleria immagini Contatti
 
   
 
  Rita Levi Montalcini
Premio Nobel per la Medicina

Ariela Böhm ha ereditato dai genitori straordinarie attitudini, scientifiche e artistiche.
L'attività scientifica e quella artistica sono tra i più pregevoli prodotti che caratterizzano quel formidabile complesso di sistemi e circuiti neuronali neocorticali, tipici del cervello dell'Homo sapiens.
L'espressione scientifica può manifestarsi sin dal suo primo apparire, perfetta come Minerva nell'atto di emergere dal cervello di Giove o svelare nella sua incompletezza il lungo travaglio dell'atto creativo.
Una differenza essenziale tra le creazioni scientifiche ed artistiche è che queste ultime sono la risultante dell'attività creativa di un singolo individuo. Al contrario l'attività scientifica pur avendo origine nel felice intuito di un singolo individuo diventa immediatamente un'opera collegiale che va incontro ad estensione mano a mano che gli studi portano a nuove conoscenze.
L'attività artistica di Ariela Böhm è ispirata alla storia del pensiero umano. L'opera "All'alba della scrittura" richiama alla nostra mente le tavole bibliche. Attraverso i segni incisi l'artista parla un linguaggio cifrato che spetta all'osservatore di interpretare. Differente è il significato dell'opera "Riflessioni sulla convivenza" che offre un'interpretazione delle origini dell'attività umana dal suo arcaico apparire, alla complessa interazione di quella attuale del terzo millennio.
Questa bellissima opera, realizzata con l'audace connubio di elementi diversi, legno e terracottta, in armonica contrapposizione, rappresenta simbolicamente l'intrecciarsi di attività mentali, quali la creatività scientifica ed artistica.

Maria Cristina Bandera
Storica dell'arte

Il perché della scelta di un tema al contempo semplice e complesso – la forma dell’acqua / l’acqua che forma – lo spiega lucidamente, nelle pagine di questo stesso catalogo, Ariela Böhm da artista-scienziata qual è.
Di questa giovane donna coraggiosa e determinata, ormai totalmente dedita all’arte, non si può, infatti, dimenticare il suo passato di biologa ai massimi livelli. Una ricerca solo apparentemente accantonata, in realtà trasfusa, nella sua valenza indagatrice, nel mondo della sua nuova esperienza artistica. Lo attestano l’osservazione lenta, meticolosa, meditata dell’acqua, l’elemento mobile e fascinoso per eccellenza, come pure l’acuta capacità di esperire, interrogare, dominare materie insolite adattandole alla necessità artistica di ricreare il vario e diversificato ambiente equoreo quasi fosse esso stesso un materiale preartistico assunto per essere plasmato.
Ariela Böhm sigilla le sue opere con un rispetto profondo per le leggi della materia costruttiva di volta in volta prescelta.
Predilige la ceramica trattata secondo l’antica tecnica Raku, esaltandone la legittimità interna, le forme significanti, i valori visivi, le superfici ora disseccate e aride ora lustre, le possibilità delle tramature e della luminosità cangiante e iridescente.
La trasforma nel piatto meandro di acque e di terre - di pieni e di vuoti che si alternano - di una barena lagunosa, nella traccia tortuosa della foce di un fiume che scorre verso il mare, nelle infinite deviazioni e incroci di un corso fluviale che frantuma la superficie nell’ancestrale simbiosi di acqua e terra.
La tramuta in stalagmiti e stalattiti che assumono la forma di una clessidra, la asseconda alle forme circolari di un’onda o di un mulinello creato dal vento, a quelle frastagliate e pur geometriche di candidi cristalli di ghiaccio, a quelle sferiche dei sassi emergenti dal greto di un fiume.
Manipola morbidamente il piombo, che da cupo e uniforme diviene materia inquieta, intrisa di riverberi e di saettanti riflessi di luce, trasformandolo nella distesa di un cielo plumbeo ma vibrante e costellato di ipnotici cristalli di neve o nella distesa d’acqua che scorre limando e plasmando ciottoli.
Si serve di stucco, alluminio e colori acrilici su tela o legno per rendere la frastagliata e magmatica distesa di ghiacciai dai riverberi bluastri, visti da un occhio lontano e dall’alto.
Graffia il silicone, steso su superfici piatte e scure che paiono alludere a un mare violaceo, in lunghe forme sinuose che ri-creano l’incanto prolungato delle sue emozioni, del suo guardare lento, del suo scrutare le onde immense e spumeggianti, il loro rompersi e ritrarsi per riprendere forza, il loro propagarsi e accavallarsi, il loro farsi schiumoso e canuto.
Usa la trasparenza e la levità di una resina dall’alchimia segreta, come vuole la tradizione antica delle botteghe, posata “sulla superficie interna della lastra di vetro”, per dare luogo a “delicate e immateriali proiezioni di ombra e luce”, così da trasformare una silente “struttura neuronale” nella vibrante forma geometrica di una ragnatela che rinvia alla leggerezza della rugiada.
Si avvale del mezzo fotografico per porci di fronte allo scheletro di una barca sulla battigia, corrosa dallo sciacquio costante del mare che si placa sull’arenile, o per farci provare la sensazione impalpabile dell’evanescenza del vapore.
Soprattutto, cattura la nostra attenzione così da farci partecipi delle sue stesse emozioni, permettendoci, guardandole, di dare compimento alle sue opere d’arte.

Giacomo Belloni
Critico d'arte

CONNESSIONI

CONNESSIONI. Mettere in collegamento, assemblare elementi divergenti in una rete pulsante di intenzioni comuni allo scopo di far interagire tra loro insiemi complessi di eterogeneità. Articolare relazioni, avvicinare singole unità apparentemente lontane, sia per distanza fisica che concettuale. Si è in connessione quando si comunica, quando si è in grado di interagire attraverso sistemi strutturati con il fine ultimo di condividere informazioni. LINGUAGGI. Ariela non è mai interessata all'utilizzo di una lingua specifica, ad un sistema preconfezionato di segni di senso che, nell'utilizzo comune, estrinsecherebbero solamente significati codificati. La sua ricerca si spinge oltre la langue; preleva da questa solamente i sintagmi che stanno alla base della costruzione simbolica, ancor prima che si consolidino in sistema espressivo definitivo, in strutture. Ariela va oltre il lessico comune, eliminando da questo l'intero sistema dei legami posticci, confusi e devianti, tipici dei costrutti culturali di riferimento, per provare ad arrivare direttamente alla radice del fonema, laddove questo è ancora soltanto espressione istintiva del senso, ancor prima che si esteriorizzi, anche solo come suono. Per far ciò non ne sacrifica la radice culturale, tantomeno la sua storicità perché considera questi due valori irrinunciabili e insostituibili per dare valore ed evidenza all'ambito che lo esprime. Lei li vuole comunque contestualizzare per riuscire a dare un punto di partenza utile alla lettura dell'opera e alla sua intenzione creativa. Il lavoro di Ariela intende ripulire il segno da tutte le costruzioni non necessarie; nessun orpello, nessuna inutile decorazione, per cercare di risalire direttamente all'origine del concetto primario dell'espressione, prelevandolo intenzionalmente dal suo contesto, lasciando però traccia della sua peculiarità. Ecco perché la sua opera aspira a essere il luogo dell'esperienza; un luogo da non contemplare mai nella sua apparente staticità ma da fruire nello scorrere di una temporalità che si srotola parallelamente alla visione che la percorre, luogo che ripropone le specificità e la ricchezza del contesto che ne produce il segno. Opera intesa come un signifiant capace di esteriorizzare il suo signifié, senza distinzione alcuna tra concetto puro e aspetto tangibile. Opera intesa come il luogo ove si costituisce il linguaggio, un work in progress dell'unico strumento capace di creare connessioni, presupposto di base per la comunicazione tra le parti, tra le singole unità, e sempre nella consapevolezza di mantenersi autonoma e indipendente, e mai completa se separata dall'intero sistema interrelazionale. Comunico quindi esisto, e con me l'intera collettività alla quale appartengo, collegata in una rete collettiva per merito di un incessante scambio d’informazioni, sinapsi che, sempre più articolate si conformano alla molteplicità ed alla varietà dei singoli elementi. Perchécomunicare vuol dire costruire legami - anche temporanei - in grado di sostenere l'intero sistema di connessioni, forte della diversità dei singoli componenti, fondata sul valore della differenza. Lessemi uniti tra loro con l'intento di elaborare nuovi, inattesi e inesplorati valori, sacrificati nell'individualità ma con il proposito di trovare nuove forme e nuovi paradigmi comuni. Singoli elementi che si influenzano l'un l'altro, reciprocamente, ora in un modo ora in un altro, come in una catena ramificata, come in una rete neuronale che si autodefinisce in un'essenza plastica in repentina evoluzione, che esiste nell'unità del tempo e dello spazio. Frasi, parole, immagini, strutture che si intersecano quasi casualmente, in una sorta dicadavre exquis, per autoassemblarsi in completa autonomia così da lasciar emergere sorprendenti forme che si modificano ogni volta che si gira pagina, conservando del foglio precedente solamente un ricordo leggero ma determinante per lasciar traccia della singolarità e per ricordare che la forma definitiva è il risultato di un lavoro comune, interagente, in connessione perenne, e mai dell'azione di un singolo elemento. Le parole che meglio declinano le connessioni di Ariela sono comunità e comunicazione. La postmodernità pretende messaggi chiari, scremati dall'inutilità di un decorativo banale, messaggi capaci di arrivare all'istante a destinazione di chi li riceve. Ciò è possibile solamente attraverso l'utilizzo di un linguaggio universale in grado di recepire queste connessioni. Se il modernismo nell'arte si basa sui concetti di autoreferenzialità e autoriflessività, le opere di Ariela tendono ad essere postmoderne grazie a quel suo incessante sperimentare uno sconfinamento culturale, con l'intento di uscire dalla chiusura del sistema isolato. Comunicare, connettere, vuol dire per lei trovare una radice unica, un comune denominatore, per divenire più forti nella consapevolezza che la complementarietà rafforzi la collettività, ed in arte possa esprimere la forma finale, definitiva.

Ariela Böhm: acqua senz’acqua, la forma fluida del tempo che scorre

Gran parte della ricerca artistica di Ariela Böhm è incentrata sull'acqua. L'acqua intesa come l'elemento primigenio che racchiude in sé verità che, se svelate, sono in grado di farci comprendere quella condizione invisibile che scorre in noi, che percepiamo solo in parti confuse senza riuscire a visualizzarne in maniera chiara un intero troppo complesso. È una simbiosi imprescindibile quella tra la fluidità dell’acqua e l’avanzare del tempo che ci condanna, istante dopo istante, a una finitudine inevitabile. Abbiamo bisogno di comprendere per sopravvivere alla paura del tempo che avanza verso un ignoto che ci terrorizza, e l'acqua racchiude in sé il significato di uno scorrere che a noi appare come una condanna innaturale. Sentiamo che dobbiamo provare a comprenderne i segreti per ritrovare l'equilibrio che abbiamo perso nel momento in cui abbiamo voluto far prevalere la ragione all'istinto. L'acqua è natura, quella vera, noi siamo natura dimenticata, lasciata a margine per colpa della presunzione di volerne sapere troppo di una complessità percepibile solo per piccole intuizioni. Ariela la immobilizza per poterla osservare lentamente, in quell'unica condizione d’irreale staticità in cui essa è in grado di rivelarsi. Questo perché nella sua irrequietezza l’acqua è più veloce della nostra capacità di focalizzarne l'essenza; ecco perché Ariela ne modifica lo status fisico - da fluido a solido - in modo da cristallizzarla a favore dello sguardo lento. Ne deve estrarre la verità immutabile e ontologica per riuscire a fissarla nell'opera. La stessa operazione creativa è laboriosa ed ha bisogno di tempi diluiti che normalmente non ci sono concessi. Ariela indaga l'acqua per prenderne in prestito le sensazioni fondanti, per costruirne artefatti simbolici che restituiscono all'osservatore le emozioni più intense, talmente inequivocabili da non poterne confondere il referente di partenza, anche se cambiato o stravolto. Perché non c'è vita senza acqua, essa è da sola metafora proprio dell'esistenza: è l'elemento primordiale da cui tutto comincia e a cui tutto fa ritorno. Generatrice, salvifica, purificatrice, è l'origine di tutto - liquido amniotico, culla materna. Essa porta con sé la memoria e, come Μνημοσύνη la trasmette integra nei tempi, in un lento e inarrestabile fluire che attraversa ogni istante della storia insieme al mistero del ricordo di una dimensione ideale e originaria. Ariela analizza l'acqua nel rispetto della sua volontà fluida, della sua costante mutabilità e della sua natura multiforme. La spreme come un frutto maturo per ricavarne solo poche gocce di succo determinanti per definirne la sola idea costitutiva: l'acqua senz’acqua. Nei suoi lavori infatti l'acqua non c'è più, sembra essere evaporata per lasciare posto al suo solo significato incarnato nelle pieghe di una materia differente, non più liquida ma solida, immobile e statica. Dell'acqua, ne rimane sempre comunque forte la presenza, come se avesse lasciato in eredità la sola idea di se stessa: l'acqua senz’acqua, principio del principio, ἀλήθεια che rimane impressa nella memoria di chi ne è alla ricerca, sigillata e declinata nelle infinite possibilità rivelatrici dell'opera. L’acqua senz’acqua è la pura forma dell’essenza che, come un'anima in trasmigrazione, si concretizza ogni volta in una sostanza differente; ἀρχή che, come un trasformista, cambia abito per presentarsi rinnovato nelle sue possibilità espressive, adattandosi incessantemente alle aspettative di chi osserva. L'acqua è il pretesto per Ariela per emanciparsi da tutte le costrizioni limitanti: quando crea il delta di un fiume - un Percorso - non lo fa per rappresentarne uno in particolare ma tutti i fiumi, anche e soprattutto quelli che non esistono. Quando lavora sul Movimento vuole ricreare la sensazione comune a tutte le onde ma, prima di tutto, quelle che ancora devono formarsi per portare nuova energia innovatrice. Quando lavora con i ghiacci lo fa per dare una pausa ad un divenire irrefrenabile che, come l’acqua, corre in un perenne fluire; lo fa per fermarsi a riflettere se il nostro convulso esistere non ci stia facendo perdere di vista, ancora una volta, qualcosa di determinante. Ariela utilizza l'acqua come fosse il lessema di un linguaggio universale in grado di superare ogni incomunicabilità e, così come la scrittura - altro tema a lei molto caro - trasporta la memoria attraverso il tempo. La scrittura, così come l'acqua, è un medium che evolve la sua forma per recepire sempre più informazioni, per far proprie le complessità di una realtà in continua evoluzione, arricchendosi sempre più di nuove capacità. Proprio come la scrittura che si esprime attraverso elementi significativi, l'acqua, grazie al lavoro di Ariela, diviene struttura osservabile in grado di farci comprendere significati originari che sono tradotti dall'artista per una nostra comprensione immediata.
www.giacomobelloni.com

Roberto Vacca
Scienziato e scrittore

Pindaro e altri scrissero frasi famose e banali sull’acqua: una sostanza che sembra semplice. Tutti sanno che la sua formula è H2O e che sulla terra senza acqua non c’è vita. Molti conoscono le leggi che ne governano pressione, portata e velocità. Richard Feynman ha scritto:
“Il flusso dell’acqua ci affascina. Ricordiamo di aver giocato da bambini, nel bagno o in pozze fangose, con quella roba strana. Da adulti, guardiamo torrenti, cascate e vortici e questa sostanza ci sembra viva rispetto ai solidi. Proviamo a costruire dighe intellettuali per costringere i flussi d’acqua a essere spiegati dalle nostre leggi ed equazioni, ma l’acqua trova modi singolari di sfuggire a quelle dighe ideali e ai nostri tentativi di capirla.”
Feynman descrive, poi, come si comportano l’acqua asciutta (considerata priva di viscosità) e quella bagnata che è viscosa e ha uno strato molecolare immobile aderente alla superficie dei solidi su cui scorre anche ad alta velocità. Se l’acqua fluisce per traiettorie laminari perde poca energia. Ne perde molta se il flusso è turbolento: talora sembra caotico e segue invece regolarità complesse, intricate, ripetitive. Un ricercatore francese sostenne che l’acqua ha memoria. Pare che i suoi esperimenti fossero truccati, ma secondo certi scienziati erano giusti. Non abbiamo esperienza diretta dello stato dell’acqua a grande profondità nel mare. Data la pressione, arriva a temperature molto più alte di 100°C senza bollire e ospita grandi quantità di batteri e di strana fauna da cui forse originò la vita senza intervento della sintesi clorofilliana.
Le descrizioni del mondo, scientifiche o qualitative, servono a pochi fra noi per motivi professionali. Soddisfano il desiderio di cultura di molti. Nella mente di tutti evocano concetti, idee, sprazzi di coscienza, impressioni, moti dell’animo dai quali possiamo derivare progetti, sentimenti, pulsioni che ci spingono a fare, a pensare, a evolverci.
Questi segnali entranti ci arrivano anche da altre fonti. Ci arrivano da strutture e da processi naturali che, però, molti di noi guardano senza capirli – come se fossero macchie di colore. Ci arrivano elaborati da artisti. Allora le cose sono più complesse e più interessanti. La natura che guardiamo è mediata da una mente che la trasforma usando materia prima che codifica con parole o con immagini o con suoni.
Ariela usa immagini di acqua ferma o fluente o congelata. Non racconta storie, né formula teorie. Presenta il risultato finale delle forme e dei colori che hanno impressionato la sua mente. Le sue opere sono panorami o paesaggi mentali. Non ne se ne può parlare in termini generali. Si possono solo riferire le impressioni caso per caso.
Le grandi onde oceaniche gonfie, con la cresta che appena accenna a rompere, mi evocano una sequenza che non serve riportare con frasi grammaticali:
“non c’è un surfista sopra ma forse nessuno saprebbe scivolare su un’onda come questa che Ariela non ha calcolato perché l’ha sentita sotto le mani come se l’avesse creata lei e il fisico Bloombergen che studia onde elettromagnetiche e di luce ne saprebbe formulare l’equazione a occhio mentre una persona normale non penserebbe all’equazione né all’armonia della forma ma solo intuirebbe anche senza volerlo il rumore che produce e lo scroscio che sentirà chi la vede frangersi sulla riva e di che cosa è fatto questo oggetto lo può arguire solo un altro artista o un esperto di materiali e forse è del tutto irrilevante”.
Il delta del Gange è un labirinto di canali e non è importante sapere che è fatto proprio così perché l’immagine è tratta da una ripresa satellitare. La reazione è prodotta da colori (falsi o veri non importa) e dalla scelta di quella struttura che genera in me considerazioni sulle reti e sulle connessioni di nodi e rami che li uniscono. Di nuovo, a me viene spontaneo pensare alla struttura statistica e formale di quella rete. Poi penso a questa artista, Ariela, che genera messaggi non univoci perché in persone diverse produrranno reazioni del tutto difformi. E penso a come si possono classificare le persone che guardano queste immagini. Alcuni possono percepire i fluidi e i cristalli di Ariela come motivi ornamentali. Altri come stimoli a percepire diversamente la natura. Altri ancora come messaggi in un codice non esprimibile in parole – generato da sentimenti, tradotti in forme e colori che mirano (solo?) a produrre altri sentimenti. Fra questi anche i sentimenti che hanno fatto vibrare corde nascoste in me - metal-meccanico e fabbro di parole pragmatiche e aliene.

Luciana Stegagno Picchio
Linguista e filologa

Fra le opere di Ariela Böhm privilegio quelle in cui l'impiego di nuovi materiali e di tecniche innovative tende al ricupero e alla riproposta di forme espressive proprie di momenti iniziali, inventivi, della storia dell'uomo. L'autrice le ha metaforicamente definite le pagine di terra, di fuoco e di luce da lei dedicate ai primordi della scrittura. Il loro supporto materico è costituito da terracotte a tecnica Raku che, con la luminosità corrusca di frammenti emersi da un passato remoto, si propongono quali elementi portanti, in fissazione seriale, di una singolare vicenda umana sub specie scripturae. E proprio l'"arcaicità", artificialmente indotta in queste ceramiche, sembra costituire il necessario tramite fra scritte e supporti.
La tecnica ceramistica adottata da Ariela è un'antica arte d'importazione cinese o coreana, affermatasi in Giappone fra il 1570 e il 1590 ad opera della celebrata dinastia dei Raku. Il tredicesimo maestro dei Raku è morto nel 1945, ma l'arte della terracotta che porta il loro nome è giunta fino a noi. In questo momento è privilegiata da artisti i quali, come Ariela, si riconoscono nell'imperfezione di materiali sconvolti nel loro processo di cottura da temperature altissime capaci di conferire al risultato ultimo l'inatteso di un "troppo" che ha spaccato e contorto ogni superficie, come dopo una estrema siccità o un evento sconvolgente. Su queste superfici martoriate, che escono dalla cottura in forme inaspettate solcate da incisioni, toscanissimi cretti di terre aride, annerite ai bordi arricciati come dopo un'esplosione atomica, le scritte appaiono a rilievo. Non sono cioè incise, in negativo, a ricordo di mosaiche tavole della legge, ma in positivo, come appunto nei sigilli. Conservano perciò un loro aurorale nitore ad affermare l'eternità della scrittura rispetto ai suoi supporti deperibili e contingenti. Che gli esercizi di scrittura di Ariela Böhm non rispondano a semplici intenti di ornamentalità decorativa è dimostrato, anche dal fatto che, fra gli esempi da lei prescelti, oltre a varie proposte di Lineare B, appaiono esempi di scritture assirie cuneiformi, di scrittura siriaca, palmirena e aramaica, provenienti da aree proprie o contigue a quel mondo ebraico che è uno dei poli del fare umano e artistico di questa scultrice.

Elina Lo Voi
Regista

Le pagine di Ariela Böhm devono essere viste insieme, tutte insieme. Quella arricciata (sottoposta a quale incendio?) e quella panciuta (per l'umidità di quale sotterraneo in cui è rimasta celata?) quella bucata e quella quasi accartocciata da una mano incurante. Tracce della storia e dunque logore, scure, ma illuminate dai brandelli residui d'uno splendore perduto (lo smalto che resiste), tracce d'una venerazione antica perché incarnavano la fatica e la grandezza dell'uomo nella necessità di "creare" il passato rendendolo ripercorribile all'infinito con la scrittura.
Vedendole tutte insieme, però, affiora un certo senso di inquietudine, come se ci fosse un particolare che non torna, qualcosa di individuabile solo da uno sguardo puntuto, qualcosa che riguarda la loro fattura. Le lettere sono in rilievo. Ma quando s'incide una lastra, si incide, per l'appunto. Non ci si ritrova una lettera tornita, perfetta. Su una copia inchiostrata, le lettere non sono in rilievo. Lo scarto, la poesia sembra che in questo trovi la sua chiave. La scelta di una fattura all'incontrario, in rilievo, dà la sensazione forte di trovarsi davvero davanti all'archetipo originario. La parola incisa sulla pietra è incisa, come nelle tavole di Mosè, ed è dura, come gli strumenti impongono; la parola morbida è la parola a pennello, come nell'alfabeto arabo, o quello cinese, o quello giapponese.
Sulla pietra di Ariela la parola è miracolosamente morbida quasi fosse materiale vivente, biologico. Ed anche questo è inquietante. Come se l'artista avesse ritrovato il significato organico delle cose nel momento in cui le trasforma in parola, le nomina, e quindi le ricrea, se ne fa artefice per la prima volta.
E' un'autentica operazione magica quella che vediamo, ed è forse per questo che riesce così intensa e integrata con l'intelletto; perché gli albori della civiltà sono gli albori dell'Uomo e di ognuno di noi, e per ciascuno tanto più vicini quanto più si conserva la memoria e la volontà di sentirsi parte di una comunità umana.
Queste opere contengono insieme una grande speranza e una grande visione; riavvicinandoci alla fondazione di noi stessi, sembra che dicano che una fondazione ancora una volta è possibile, che la speranza non è perduta, e che nell'umanità c'è davvero il seme del divino.

Francesco Santaniello
Critico d'arte

“Ma gli occhi sono ciechi. Bisogna cercare col cuore.” A. De Saint-Exupéry (Il Piccolo principe)
Anche per Ariela Böhm fare arte significa indagare le leggi che regolano l’universo: sia il macrocosmo galattico sia il microcosmo dell’essere umano. La serie “Ombre di luce” costituisce una sorta di sperimentazione in vitro per visualizzare un paradosso, ovvero la profondità della trasparenza e la relativa possibilità di generare immagini con essa. In queste opere è come se Ariela avesse ingigantito quei vetrini tante volte osservati sotto le lenti dei microscopi quando era una ricercatrice biologa dell’equipe di Rita Levi Montalcini. Sotto le diafane lastre di vetro, se adeguatamente illuminate, si formano le sottili trame filiformi delle connessioni neuronali (trine arabescate per i profani di scienze) o si visualizzano gli attimi iniziali di quel sublime mistero che è il concepimento di una vita umana. Nei lavori più recenti l’artista ha rappresentato i moti delle acque che è solita illustrare anche sulle tele, nelle quali mirabilmente il silicone inondato di luce si trasforma nella vaporosa spuma dei flutti marini. Gli Antichi ritenevano che fosse la mente a guidare l’anima, tenendo a bada ragione e passione. Ariela Böhm è uno scienziato che non ha esitato a seguire le ragioni del cuore scegliendo di dedicarsi interamente all’arte. Attraverso la sua ricerca artistica dimostra con chiarezza che, anche al di fuori dei laboratori, esistono vari modi per sondare i misteri e le possibilità cognitive umane, scoprire il funzionamento dei nostri sensi, dare forma ai fenomeni fisici. Del resto l’Arte è la sublimazione di ogni capacità umana.

 
 
Torna all'inizio